I frammenti di anima, di Loris Lombardo

Ernest Gombrich, nel suo splendido saggio “Arte e illusione” riporta un pensiero di LUCIAN FREUD, inquietante artista contemporaneo, che più di ogni altro sembra essere riuscito a stigmatizzare sulla tela, uno stato di disagio interiore che spesso riesce a rimbalzare dagli stessi, sofferti personaggi, fino a raggiungere oggetti ed ambientazioni, in un gioco di rimandi così efficaci, da coinvolgere emotivamente, in prima persona, il fruitore:

“Un momento di felicità intera non si da mai nella creazione di un’opera d’arte. Si avverte la promessa nell’atto di creare, ma questa scompare quando l’opera sta per giungere alla fine. Allora il pittore si rende conto che è solo un quadro quello che sta dipingendo. Fino allora aveva quasi osato sperare che l’opera balzasse fuori, viva!“

Loris Lombardo, pittore lo è profondamente, e l’impietosa indagine psicologica alla quale sottopone i suoi personaggi – quasi sempre giovanissimi – fa si che essi appaiano come scolpiti sulle superfici preparate. Tale azione, spesso riesce a provocare reazioni di profonda interiorità. La struggente innocenza, congelata negli occhi smarriti di alcuni giovanissimi modelli, acuiscono il disagio dell’osservatore. Una sofferenza intensa quanto pudica, si evidenzia e materializza, concretamente, nelle increspature della superficie. L’artista aziona il pennello e le matite come un bisturi impietoso, e con grande rispetto - che non occulta, però, la denuncia diretta e priva di fraintesi, di una responsabilità “pubblica” della sofferenza raffigurata, traccia sembianze di bambini, resi adulti da una crescita “intima” e da ferite intuìte; una sofferenza stigmatizzata e fatta divenire, per certi versi, a-temporale, mediante fondi privi di riferimenti geografici o ambientali. Le increspature dei pigmenti che si sovrappongono e si intrecciano in strappi cromatici e tonali, creano SEGNI e disegni che tormentano i giovani ed esili corpi, ed incidono rughe e ferite, con immediati riferimenti ad un malessere che non lascia libero lo spirituale. Loris lombardo è, senza dubbio, per molti aspetti un artista fortemente “moderno”, nonostante l’utilizzo di una tecnica “antica” che gli consente di utilizzare, con rara maestria, tanto il disegno quanto ricchezze tonali di ampia gamma. Dinanzi alle sue opere, l’osservatore è come invitato alla compenetrazione con le presenze raffigurate. Questo tipo di esperienza è frutto di una emozione forte e misteriosa, ed è generata, sapientemente, da tecnica pittorica e pathos creativo, capaci di suggerire sinergie con i personaggi dagli umidi sguardi trasognati. Essi appaiono come immobilizzati in pose ieratiche, ed i sentimenti che li animano, sono congelati da una emozione che non riesce a raggiungere la passione o più ancora la com-passione. La forza espressiva di Loris Lombardo trae sostanza da un modo di esprimersi, pittoricamente, apparentemente fluido ed immediato. Infatti, nonostante ogni suo dipinto si materializzi attraverso una costruzione attentamente studiata in ogni dettaglio, e sostenuta da leggi architettoniche e grafiche molto efficaci, risulta essere di fruizione quasi estemporanea, che lo fa assomigliare, per molti aspetti, ad un elaborato impressionista. Quelli che Loris regala ai suoi estimatori, sono impulsi emotivi, ottenuti mediante un raffinato “gioco” tecnico, capace di stimolare tanto la sfera fisica quanto più quella psichica. Sono frammenti di anime che l’artista riesce, sapientemente ad evocare ed assemblare, sulle tavole, suggerendo una tensione ad ampio respiro, capace di parlare un linguaggio universale.

Mario Ferrante

La verità nei personaggi di Loris Lombardo

Senza avventurarsi in elucubrazioni estetiche, che senz’altro possono avanzarsi sull’opera di Lombardo, interessa invece evidenziare la componente psicologica ed il momento riflessivo con i quali egli delinea volti che, in una sorta di apparizione sovrannaturale, affiorano sulle sue tele. La pittura di Loris Lombardo sembra voler oltrepassare la semplice rappresentazione formale realizzando una vera e propria smaterializzazione dell’intero personaggio lasciandone solo le tracce tangibili del pensiero; i dubbi, le inquietudini, la rassegnazione… Le sue opere conclamano questa scelta, in esse la dimensione temporale e quella spaziale non sono facilmente rintracciabili, per il semplice motivo che ogni soggetto si fa portatore di un messaggio universale non riferibile ad un preciso momento e luogo in un classico hic et nunc. La carica espressiva che emerge nei primi piani dei suoi personaggi, uomini e donne ora lividi o diafani ora timidamente accennati, si spoglia di qualsiasi bagaglio iconografico per mettere a nudo tutta la tensione emotiva in essi racchiusa e altrimenti difficilmente decifrabile. Dal suo canto l’abilità tecnica, oltre che coloristica, potrebbe risultare impropria se non fosse unicamente deputata a traghettare i dati emozionali integri dalla psiche al supporto di tela. Parimenti le soluzioni artistiche - se di soluzioni si può parlare -, che traducono l’opera, adoperano energie fisiche e mentali fino ai più impercettibili fattori emotivi custodi di nevrosi, visioni, allucinazioni di cui tutta l’opera di Loris Lombardo ne è fiera portatrice, oltre che spietata e impavida custode. Osservando attentamente le sue creazioni sorge un legittimo quesito: che voglia forse l’artista, inconsciamente, intraprendere un transfert, che tutti i suoi dipinti altro non siano che l’immagine speculare di occulti stati d’animo? O forse, meno semplicisticamente, che questi volti siano la manifestazione di una “colpa collettiva” alla quale è più facile dare un volto che un nome? Ad ogni modo è così facendo che le storie narrate da Loris Lombardo si appropriano di un originale linguaggio fisiognomico, in cui i volti, gli sguardi, le espressioni si assumono l’ingrato compito della denuncia, della superstite testimonianza e di un insolito stupore.

Giuseppe Forgione

Militante del disinganno, approdo su incertezze.

La poiesi arrotolata come carta del mattino s’inabissa nel substrato umano. Inventiamo nuovi acidi corrosivi per sciogliere le paure. L’involucro finale che ci avvolge cambia di continuo. Monchi, muti, zombie televisivi, pisciamo sulla Nike di Samotracia, rimandandola defecata nel Partenone. Liberi come tigri allo zoo. Eseguiamo a mano libera riti pittorici, fumi di canne, polveri bianche. Nelle feste carnascialésche, nelle Panatenaiche, nell’alzabandiera, nei saturnali delle banche dell’arte vengono uccisi tutti quelli che cercano la luce. Loris, tu che hai trovato la sorgente d’alta quota, difendila con la tua creatività. Forse c’è scritto da qualche parte nel cosmo che i grandi ingegni devono pagare più degli altri. Ricordati Leonardo che andò a morire nelle braccia di Francesco I, perché in Italia non gli davano credito; Mozart finì in una fossa comune; per Michelangelo l’umiliazione dei braghettari. Il nostro momento storico coperto dallo strapotere delle mafie non ha spazio per la poesia. La globalizzazione ha autorizzato i dementi ad esibirsi senza mutande. Solo la solitudine può salvarti e la cultura del silenzio aiutarti.

Napoli, 19 marzo 2010
Raffaele Canoro